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Open Access e copyright.
Di Antonella De Robbio, CAB - Università degli Studi di Padova

Indice delle domande

FAQ: le risposte

  • Che cos'è il movimento Open Access?
    L'Open Access non è solo un movimento , ma è una strategia, un insieme di iniziative internazionali con al centro gli scienziati e i bibliotecari coalizzati assieme. L'Open Access combatte il paradosso della proprietà intellettuale nel circuito della comunicazione scientifica che ostacola i processi di crescita e sviluppo della scienza, tentando al contempo di arginare l'emorragia della spesa per la letteratura scientifica. Ogni anno vengono pubblicati circa due milioni di articoli in ventimila riviste, tenuti prigionieri entro riviste scientifiche a pagamento.

    Due sono i canali dell'Open Access:

    1. Pubblicazioni entro iniziative di editoria elettronica sostenibile
    2. Deposito negli Open Archives

    E' ormai indiscusso che per esserci impatto è necessaria un'ampia disseminazione, in altri termini i lavori dei ricercatori devono essere letti, citati e utilizzati da altri ricercatori, solo così raggiungono l'impatto utile ad uno sviluppo collettivo, quell'impatto che consente di creare nuove ricerche, di effettuare nuove scoperte sulla base di un lavoro altrui letto, assimilato, metabolizzato.

  • Come vengono affrontati i problemi legati alla proprietà intellettuale in ambito Open Access?
    Per proprietà intellettuale si intendono i diritti, morali ed economici, che gravano sulle opere. I detentori di tali diritti possono essere figure diverse: gli autori prima di tutto, ma anche gli editori o altre figure del mercato editoriale, qualora l'autore (detentore all'origine di ogni diritto) ceda i propri diritti attraverso contratti editoriali. Va subito premesso che non tutti i problemi correlati alla questione della proprietà intellettuale, per l'ambito della ricerca scientifica e l'Open Access, sono stati risolti, ma a livello internazionale, si sta tentando di affrontarli attraverso iniziative progettuali assai rigorose e, a livello locale, ogni e-prints server dovrà dotarsi di politiche sul copyright chiare a corredo dell'archivio e di un buon servizio di help-desk a supporto del processo di auto-archiviazione da parte degli autori.
  • Cosa dice la legge italiana sul copyright?
    Le leggi che regolano la proprietà intellettuale nel mondo sono differenti da Paese a Paese. Parliamo infatti di contesti normativi differenti. A grandi linee si individuano tre livelli: i trattati e le convezioni internazionali, le direttive europee (per l'UE) e le leggi nazionali. Ogni Paese ha un suo corpo normativo che regola la proprietà intellettuale che dipende dal suo tessuto sociale, storico, culturale ed economico: il copyright vige nei Paesi a matrice anglosassone, il diritto d'autore nei Paesi europei, ecc). Differenti leggi trovano un minimo comune denominatore entro l'azione di armonizzazione internazionale dell'OMPI (Organizzazione Mondiale Proprietà intellettuale). Per l'Italia, in mancanza tuttora di un Testo Unico, la legge che regola il diritto d'autore è sempre la stessa, la Legge 633/1941, modificata numerose volte a seguito di interventi legislativi interni, del recepimento delle direttive europee e dell'adesione a quanto stabilito a livello internazionale da trattati, accordi e convenzioni.
  • Cosa prevede la recente Direttiva Europea e come si pone l'Italia in tale dimensione normativa?
    La legge italiana ha recepito nell'aprile scorso la Sesta Direttiva Europea, la quale regola tre diritti economici fondamentali per l'ambiente digitale: il diritto di riproduzione, il diritto di distribuzione, il diritto di comunicazione al pubblico (pubblicazione in Rete). Vi sono numerosi diritti economici ai quali l'autore deve prestare attenzione prima di cederli al suo editore: diritto di pubblicazione, stampa, distribuzione, traduzione, riproduzione, rielaborazione, comunicazione al pubblico, ecc; la legge prevede delle eccezioni a queste tutele.
  • Quali sono le eccezioni ai diritti (d'autore, di editore) previste dalla legge?
    Alcune eccezioni riguardano la ricerca, la didattica, l'uso personale, le biblioteche e l'uso dell'informazione da parte di alcune utenze svantaggiate (disabilità). La critica maggiore al decreto italiano di recepimento della direttiva è quella di ostacolare il corretto flusso dei contenuti della ricerca scientifica, ma anche quello di impedire uno sviluppo dei servizi entro la biblioteca digitale a favore dei ricercatori. Il decreto si sforza di recepire le eccezioni di cui all'art. 5 della Direttiva, ma a causa di quanto disposto dalla Legge 248/2000, che si vuole mantenere integra nella formulazione, molte sono le incongruenze, offrendo un decreto non solo riduttivo, ma antiquato nel suo impianto concettuale, rispetto alle evoluzioni che si stanno compiendo non solo negli ambienti di ricerca, ma entro la società stessa. Il decreto non tiene conto delle trasformazioni sociali, temendo solo gli effetti delle trasformazioni tecnologiche. In realtà oggi è necessario un ripensamento del sistema di diritto di autore, che deve partire da una necessaria riscrittura della legge, che abbia come obiettivo il giusto contemperamento degli interessi degli autori, soprattutto scientifici, che necessitano di recuperare la loro centralità nell'industria culturale, la quale deve essere tutelata nei suoi investimenti economici.
  • Cosa significa copyleft?
    Copyleft significa un diritto andato, lasciato, ovvero non è necessario pagare nessun diritto per utilizzare la copia di una creazione. L'idea del copyleft si consolida nel contesto dei software. Con i software costruiamo archivi e biblioteche digitali. E' fondamentale perciò recepire i concetti impliciti nel copyleft per poter costruire depositi (repositories) entro le nostre biblioteche digitali con strumenti open senza necessariamente dover dipendere da software proprietari. Questa è la filosofia di base con cui si costruiscono oggi le grandi biblioteche digitali che contengono al loro interno gli archivi o depositi per la ricerca.

    Ad oggi la comunità scientifica internazionale ha sviluppato numerosi strumenti per costruire e gestire Open Archives e questi sono tutti creati con software libero.

    Ad oggi la comunità scientifica internazionale ha sviluppato numerosi strumenti per costruire e gestire Open Archives e questi sono tutti creati con software libero.

    Anche nella creazione di piattaforme per l'e-publishing il mercato del software open source ha una gamma di strumenti disponibili di buon livello e con ottime funzionalità . L'Università di Padova ha sviluppato peraltro un software in ambiente libero Zope per i flussi comunicativi (processi di refereeing) per la gestione di riviste scientifiche (vedi poster).

    L'idea del copyleft consiste nel dare il permesso di modificare il programma, di distribuirlo, e di pubblicarne una versione perfezionata, attraverso licenze che accompagnano il software, il lavoro didattico o di ricerca.

  • Cos'è l'iniziativa Creative Commons?
    L'iniziativa Creative Commons, promossa da giuristi internazionali di chiara fama, tra cui spicca il nome di Larry Lessig, giurista a Stanford e consulente governativo nella causa contro Microsoft nasce al fine di combattere l'attuale iper regolamentazione nel mondo della proprietà intellettuale e appare assai interessante anche per il mondo della ricerca e della didattica. L'obiettivo di Creative Commons è accrescere il numero di opere creative liberamente condivisibili, distribuibili e, secondo la scelta del loro autore, modificabili. Attraverso le licenze e altri strumenti legali, Creative Commons permette agli autori di tutelare legalmente le loro opere e, contemporaneamente, concede ai fruitori delle stesse maggiori libertà che contribuiscono alla diffusione della cultura e della conoscenza. In altri termini sono gli autori stessi che decidono cosa si può fare sulle proprie opere. Questo meccanismo di licenze è molto simile alle licenze GPL/GNU che regolano la distribuzione del software libero. Esiste anche il sito italiano Creative Commons.it. La prima versione ufficiale italiana delle licenze sarà disponibile entro la fine del 2004.

    Dal punto di vista tecnico, Creative Commons poggia su un sistema che dovrebbe consentire di evidenziare le caratteristiche dell'opera da rendere disponibile, con opportuni metadati per la gestione dei diritti, in modo che venga evidenziata, all'interno dei motori di ricerca in rete, la disponibilità ad un accesso gratuito del documento. La licenza ha tre volti: per l'utente comune, per il giurista, per la macchina (lettura dei metadata in formato standard da parte dei metamotori)

  • Perché nel movimento Open Access si parla di due mondi in termini di proprietà intellettuale?
    Stevan Harnad, studioso di scienze cognitive all'Università di Southampton (UK) e ideatore del sistema EPrints per la creazione di Open Archives istituzionali, traccia una netta separazione tra due realtà . La prima soggiace a regole di mercato precise ed è giusto che, a fronte di un pagamento all'autore di royalties da parte di un editore, i diritti vadano rispettati. Cosa assai diversa è il micro-mondo, ma macro in termini di economia, dell'editoria scientifica. I due mondi andrebbero nettamente separati. Nessuno paga gli scienziati/ricercatori per i loro lavori. I ricercatori, contrariamente a tutti gli altri autori devono i loro guadagni non alla vendita dei loro articoli scientifici, ma all'impatto dei loro articoli sulla comunità dei ricercatori, ossia al fatto di essere letti, citati e utilizzati da altri ricercatori. Ne consegue che tutti gli ostacoli all'accesso costituiti da barriere a pagamento sono ostacoli ad una crescita culturale collettiva, ostacoli alla ricerca e ai ricercatori, che sfociano in un impatto negativo in termini di benessere economico e sociale, per il semplice motivo che vanno a ledere il processo "formativo" degli individui.
  • Perché la proprietà intellettuale è così importante per il circuito della comunicazione scientifica?
    I meccanismi che regolano la proprietà intellettuale sono prevalentemente costruiti attorno ad un mercato delle idee che nulla ha a che fare con la ricerca e la didattica, nostre due mission prioritarie. Piuttosto tali meccanismi sono orientati a soddisfare i bisogni dei produttori informativi del mercato musicale e dello spettacolo e del mercato dei supporti informativi. Tali regole, così conformate, ci stanno privando della facoltà di poter disporre di alcuni diritti fondamentali, come il diritto di ritenere il copyright, per esempio per poter depositare i nostri lavori entro archivi di ateneo (Open Archives) o per costruire biblioteche digitali disciplinari. A questo si può porre rimedio, con una buona consapevolezza e con azioni coordinate. Poiché tutti i diritti sono dell'autore all'atto della creazione della sua opera, non c'è motivo di perdere il diritto di deposito o pubblicazione su un archivio istituzionale di ateneo.
  • Perché gli aspetti della cessione dei diritti influenzano la crescita dei costi di abbonamento dei periodici?
    Le università attraverso le biblioteche sono costrette ad acquistare riviste a costi sempre più elevati, i cui contenuti intellettuali sono stati prodotti e ceduti gratuitamente dalla comunità internazionale tramite il noto meccanismo give-away da parte degli autori. Cedendo per esempio il diritto di riproduzione, paradossalmente le università perdono la possibilità di poter riprodurre i propri lavori. Con la Legge 248/2000, in modifica alla vecchia Legge 633/1941 siamo anche costretti a pagare, in virtù di un accordo sottoscritto tra la CRUI e la SIAE, una quota forfetaria per il copyright sulle riproduzioni cartacee possedute nelle nostre biblioteche. Una rivista come Brain Research costa oltre 21.000 dollari all'anno e per poterne fotocopiare un articolo (entro il 15% del fascicolo) si deve pagare il copyright per delle royalties che gli autori non hanno mai percepito!
  • Cosa dovrebbe fare un autore per tentare di arginare l'ascesa vertiginosa dei prezzi di abbonamento?
    La cessione dei diritti agli editori per i lavori scientifici e di ricerca, la quale solitamente viene regolata da un contratto tra autore ed editore, all'atto della sottomissione di un articolo, richiede una maggiore consapevolezza da parte degli autori accademici. Dovrebbe essere evitata una cessione in blocco di tutti i diritti economici a favore degli editori, i quali, come è noto, si sono aggregati in multinazionali (oligopoli editoriali) raggiungendo margini di profitto per l'area medico-scientifico-tecnicologica anche del 48%. Certamente se per gli editori questo modello economico si ripercuote in un mercato fiorente attraverso il consolidamento di un mercato anelastico ormai sclerotizzato da qualche decennio, da parte nostra (come atenei e centri di ricerca) stiamo subendo una progressiva riduzione dei budget a causa di finanziamenti sempre più ridotti a fronte di un aumento dei prezzi della letteratura scientifica in crescita vertiginosa.

    Di recente è stato pubblicato un rapporto sul mercato dei periodici elettronici commissionato da Oxford Journals per le biblioteche dell'Università di Loughborough. Lo studio analizza i prezzi nel periodo 2000-2004 di circa 6.000 periodici di 12 editori accademici e mostra considerevoli differenze: Cambridge University aumento medio del 26,5%, Sage 93,5%, Elsevier 36%. Va considerato però che anche se gli aumenti dei prezzi per Elsevier sono nella media, un titolo Elsevier si aggira attualmente attorno a 781 sterline, rispetto alle 356 di media degli altri editori.

  • Cosa dovrebbero fare gli Atenei?
    Sensibilizzare i propri docenti, con:
    • azioni dall'alto: tramite l'adesione alla dichiarazione di Berlino sull'Open Access a livello di Senato Accademico
    • azioni dal basso: attuando promozione entro le Facoltà e sensibilizzando i propri docenti.

    Aprire uno o più Open Archives (e-server) istituzionali per il deposito dei lavori di ricerca corredati di adeguate policies (di submission e sul copyright): mission chiara e scopi ben delineati.

    Supportare gli autori nella fase di auto-archiviazione dei propri lavori di ricerca, aiutarli a capire che una cessione indiscriminata dei diritti può essere pericolosa.

    Far capire agli autori che prima di pubblicare un lavoro presso un editore, sarebbe opportuno anche valutare quanto quella rivista costa in termini di abbonamento e valutare se vi sono forme alternative open access di pubblicazione del proprio lavoro. Far capire l'importanza della pubblicazione aperta.

    Condurre analisi sui comportamenti delle proprie comunità di ricerca, nei processi di comunicazione scientifica.

  • L'Open Access può aiutare a superare il paradosso dell'attuale modello editoriale?
    L'attuale sistema è in forte conflitto con gli scopi di ricercatori e scienziati i quali, è ovvio, pubblicano i propri lavori di ricerca principalmente per ottenere una massimizzazione dell'impatto entro la comunità internazionale. L'impatto consiste nella lettura dei paper scientifici, nella loro citazione da parte di altri studiosi e nella costruzione di nuove ricerche generate dal lavoro comunicato.

    In una rivista Open Access inoltre, si possono anche trovare ricerche che hanno prodotto risultati negativi. Questo è un particolare molto importante, quasi sempre trascurato nel mondo dell'editoria scientifica. E' risaputo che gli autori, per ovvi motivi legati alla accettabilità dei loro contributi, continuano a pubblicare solo lavori con risultati positivi, accade così che si possano ripetere sperimentazioni che portano a risultati negativi per il solo fatto che non è noto che l'esperienza era già stata fatta.

  • Quali sono le differenze tra University Press e e-publishing Open Access?
    Per combattere l'attuale meccanismo distorto, possiamo seguire più strategie che si incardinano in due distinti ambiti: quello delle attività editoriali e quindi attività di e-publishing, quello del deposito da parte degli autori entro gli Open Archives, attraverso il processo di self-archiving o auto-archiviazione.

    Da una parte abbiamo le University Press con attività editoriali più o meno 'aperte' e più o meno innovative, le quali integrano un complesso di attività che rientrano nel campo dell'editoria accademica.

    Dall'altra abbiamo il canale dell'Open Access che si ramifica in due direttrici:

    • editoria elettronica accademica alternativa o sostenibile
    • costituzione di Open Archives, istituzionali presso gli Atenei o disciplinari

    Nell'e-publishing accademico troviamo le University Press, le quali per rientrare a pieno titolo nel canale dell'Open Access, devono necessariamente adottare politiche 'aperte' nella trattamento e gestione dei diritti degli gli autori. Le iniziative di editoria sostenibile o Open Access sono quelle orientate alla creazione di piattaforme di periodici elettronici di qualità , con comitato di refeeree, ad accesso gratuito, le cui spese sono sostenute a monte dalle università ed enti consorziati.

  • Perché un autore dovrebbe pubblicare in una rivista Open Access?
    Un noto articolo di Lawrence apparso su Nature rileva una media del 336% in più citazioni ad articoli online aperti rispetto agli stessi articoli pubblicati entro un circuito chiuso a pagamento.

    Solitamente in una rivista open access gli autori ritengono il copyright e quindi l'autore può fruire liberamente della propria produzione intellettuale. L'autore la può depositare immediatamente in un archivio aperto, rendendola immediatamente disponibile anche prima del processo di referaggio, per una libera e aperta discussione con tutta la comunità . Esiste una banca dati internazionale, gestita dall'Università di Lund, che censisce tutte le riviste open access di qualità in ogni settore disciplinare. Ad oggi DOAJ Directory Open Access Journal enumera oltre 1500 e-jornal open access. Fare un link dall'archivio di ateneo a questi strumenti di supporto è essenziale.

  • Perché è utile l'auto-archiviazione dei lavori di ricerca in un archivio istituzionale?
    L'auto-archiviazione o self-archiving è un processo essenziale nel nuovo modello di comunicazione scientifica, è il primo passo entro circuito di disseminazione informativa caratterizzato dal deposito delle proprie produzioni di ricerca entro spazi open access" istituzionali.

    L'auto-archiviazione non è alternativa alla sottomissione dei lavori in riviste scientifiche. Piuttosto è un'azione parallela. Poiché le produzioni di ricerca auto-archiviate massimizzano e accelerano l'impatto della ricerca massimizzando l'accesso alla ricerca stessa, molti sono i ricercatori che da alcuni anni archiviano i loro lavori sui server delle loro istituzioni o in server disciplinari, prima o dopo la sottomissione ai comitati editoriali.

  • Quali sono i vantaggi di un ateneo nell'aprire un archivio di ricerca istituzionale?
    I depositi istituzionali possono essere considerati estensione naturale delle responsabilità dell'istituzione accademica in qualità di generatori di ricerca primaria e sono potenzialmente la componente più importante nell'evoluzione della struttura dei nuovi modelli di comunicazione scientifica.

    Le potenzialità di un deposito istituzionale possono essere numerose:

    • giocano un ruolo significativo nel processo evolutivo della ristrutturazione della comunicazione scientifica
    • offrono una risposta strategica ai problemi esistenti nel sistema che regola i periodici scientifici
    • forniscono un immediato complemento di qualità al modello di pubblicazione scientifica esistente
    • stimolano l'innovazione entro una struttura di editoria disaggregata
    • sono indicatori tangibili della qualità di un'istituzione, incrementandone la visibilità il prestigio e il valore a livello pubblico

    Al fine di ottenere un consenso da parte degli studiosi è necessario però indagare sui comportamenti delle diverse comunità per capirne i bisogni. Vanno analizzate le motivazioni degli studiosi a scrivere articoli e le loro abitudini nel comunicare le proprie scoperte alla comunità dei parlanti. I comportamenti tra le varie comunità possono differire enormemente. Avere un quadro preciso è strategico in quanto le abitudini e le trasformazioni sociali sono più importanti di qualsiasi configurazione tecnologica.

  • Cos'è il progetto RoMEO?
    Il progetto europeo RoMEO (Rights on MEtadata for Open archiving) è sorto per investigare la questione dei diritti che ruotano attorno all'auto-archiviazione dei lavori di ricerca depositati negli open archives della comunità accademica britannica. Le indagini condotte sugli autori nell'ambito del progetto hanno dato risultati assai interessanti (tre studi sui comportamenti e aspettative degli studiosi), ma i risultati più interessanti sono stati quelli sul versante dell'indagine condotta sugli editori. Sono state investigate oltre 100 politiche editoriali in merito al permesso o divieto di auto-archiviazione da parte degli autori. I risultati sono stati sorprendenti in quanto è emerso dall'indagine che ben il il 69% degli editori presenti nel database Sherpa - costruito a seguito del progetto RoMEO - formalmente permette forme di auto-archiviazione. Gli altri due studi di RoMEO hanno analizzato le questioni correlate alla raccolta dei metadati dai data providers entro i service providers, nel quadro OAI. Sono stati sviluppati una serie di elementi sui diritti a partire dalla costruzione da esistenti schemi e vocabolari (Open Digital Rights Language) da inserire entro i metadati. Obiettivo di RoMEO è stato quello di creare un sistema che dimostri come i diritti sui metadati possono essere assegnati, scoperti, raccolti e visualizzati agli utenti attraverso il protocollo OAI per la raccolta dei metadati.
  • Quale rilevanza assume la proprietà intellettuale nell'e-learning?
    Forma e contenuto sono le due grandi scommesse su cui nei prossimi decenni si giocheranno le sorti della Società dell'Informazione (Information Society) verso scenari innovativi, ovvero vero una Società dell'Apprendimento (Learning Society) che vede le Università al centro di un processo che passa necessariamente attraverso l'e-learning per l'erogazione di corsi adeguati alla nuova Società della Conoscenza (Knowledge Society) verso cui ci stiamo dirigendo. Anche qui, gli aspetti della proprietà intellettuale giocano un ruolo fondamentale. In sostanza, quando parliamo di proprietà intellettuale dobbiamo differenziare tra due sfere in cui essa può collocarsi: da una parte l'editoria di varia, dall'altra l'editoria scientifica. E ancora, da una parte la gestione dei diritti in ambito di ricerca, dall'altra la gestione dei diritti in ambito didattico (dispense, materiale per i corsi,). Il materiale didattico può essere gestito attraverso licenze particolari, per esempio sfruttando esperienze già maturate in contesti internazionali quali per esempio gli OpenCourseware del MIT. E ancora, le piattaforme ove si svolge l'attività e-learning, a loro volta, possono essere rilasciate sotto licenze copyleft, in quanto costruite da comunità internazionali entro la cornice del software libero.
  • Quale rilevanza assume la proprietà industriale nella ricerca scientifica?
    Il filosofo francese Bourdieu (P. Bourdieu, Il mestere di Scienziato) ci dice che l'universo della scienza è oggi minacciato da una terribile regressione a causa di un'autonomia che si sta indebolendo a seguito di meccanismi sociali, come la logica delle concorrenze di mercato, che rischia di mettere la scienza al servizio di fini imposti dall'esterno. Bourdieu parla di deliri postmoderni in cui le pressioni dell'economia si fanno ogni giorno più forti soprattutto in certi settori dove le produzioni intellettuali sono altamente redditizie. E anche qui parliamo sempre di proprietà intellettuale la quale Ú divisa in due grandi aree di intervento, o meglio in due diritti assoluti, l'uno che ricade entro il diritto d'autore o proprietà intellettuale artistica e letteraria (dove si trovano le pubblicazioni scientifiche), l'altro comprende i marchi e brevetti e ricade entro la proprietà intellettuale industriale. Il pericolo, sottolinea Bourdieu sta nella linea di frontiera tra la ricerca di base e la ricerca applicata, dai confini sempre più sfumati, nel momento in cui vi è il rischio che gruppi di ricerca cadano sotto il controllo di grandi società industriali, attente ad acquisire, attraverso i brevetti, il monopolio di prodotti ad alto rendimento commerciale.